Mi detesto quando sparisco, quando entro qui sporadicamente, quando avrei delle cose da scrivere ma non ho voglia. Io sono fatta così. Tanto amo scrivere, quanto a volte lo odio. Sono lunatica in questo senso. Non vogliateme vi prego.
Guardavo il cielo ieri mattina. Pioggia. Non smette di piovere da mesi ormai. Otto giorni su dieci da novembre vedo pioggia. Pioggia sottile come spilli che ti punge il viso. Pioggia grossa e pesante che ti inzuppa. Pioggia quasi impecettibile tanto è fine e tanto è irritante. E quando non piove il cielo è grigio. Oddio, il sole lo si è visto in questo inverno ma ancor prima che mi illudessi eccolo andar via per far posto a lei... la pioggia. Pioggia che scroscia sui cieli della Puglia, sempre in agguato. Ebbene si, sono ancora in Puglia. E la Svezia? E Stoccolma?
Perché ci siete cascati davvero? Avete davvero pensato che questa volta ce l'avrei fatta? Invece, dolorosamente dico di no. Non ce l'ho fatta. Volevo andare a viverci per un pò, un fottuto pò. Quante volte l'ho detto nella mia vita? Di quanti luoghi mi sono innamorata? Quanti luoghi ho trascinato nel cuore? Ero lì lì per farcela o quanto meno ero lì lì per illudermi ancora. Poi mi sono svegliata. Al ritorno dalla vacanza in Svezia giurai a me stessa che questa sarebbe stata l'ultima volta, che l'avrei smessa con questo stramaledetto sogno del cazzo che mi porto dentro da sempre, che l'avrei fatta finita con questo continuo... sognare...
Sognare... Germania... Nord Europa... gente... strade... colori... neve... sole... odori... sguardi di gente sconosciuta... guten tag... god kvall... wie geht's?... der kunde wara battre... lingue diverse... tedesco... svedese... danese... finlandese... case con il tetto spiovente... biscotti allo zenzero... cielo del Nord... freddo pungente... il semplice uscire di casa e vedere, respirare, vivere... il luogo dove mi sento veramente a casa.
Basta. Chiuso. Finito. L'ho dentro da troppo tempo. Quanto? 10, 12, 16 anni? No, certe cose vengono al mondo con te, quando nasci, è una cosa radicata in te. Come l'essere portati a suonare uno strumento, o giocare uno sport da professionista, o scrivere. Ecco, io sono patologicamente negata sia per la musica che per lo sport, forse forse con la scrittura me la cavicchio ma la cosa importante è che io la senta radicata in me. Il mio sognare continuo è nato e cresciuto con me. Sognare quella cosa soprattutto. Vivere all'estero. Ce l'ho dentro da troppo. Mi ha divorato la testa e il cuore. Mi ha fatto rigirare nel letto. Mi ha fatto piangere. Sorridere. Mi ha dato un rifugio in una nascondermi dalla quotidianità. Mi ha dato riparo e conforto quando nulla mi piaceva e nulla mi faceva sentire a casa. Poi l'orologio della vita si fa sentire, il tempo passa, ho quasi 28 anni. Il sogno è ancora lì. Forse non ci ho creduto abbastanza. Forse non ho voluto farlo. Forse non ho lottato come avrei dovuto. E così, mi sono ritrovata a dirmi esattamente 2 mesi e mezzo fa, scendendo da un aereo che mi riportava qui, che stavolta sarebbe stata l'ultima, che se neanche questa volta ce l'avessi fatta avrei posto fine a questo sogno. Potrei non farlo, potrei continuare a sperarlo disperatamente. Ma io non voglio.
C'è un bivio: continuare a sognare una cosa che non accadrà mai, sebbene sia banale e apparentemente facile, continuare a vivere un'altra vita mentale parallela. Ebbene si, io lavo i piatti, faccio la spesa, mi preparo per uscire con Lui... e penso di farlo in un altro luogo. Chiudo gli occhi e penso che fuori da quella finestra ci sia Berlino o Stoccolma. Ed io non posso vivere così perchè un giorno o l'altro impazzirò. Io devo vivere la realtà, non una cosa che non esiste.
L'altra strada del bivio è quella dell'eutanasia del mio sogno. Ucciderlo. Liberarmene. Scendere con i piedi per terra. Guardare la realtà. Cercare di farmela piacere. Pseudo-lobotomizzazione di quella parte del cervello che odia questo luogo.
Scelgo vigliaccamente la seconda perchè non voglio più dare il mio cuore e le mie speranze in pasto al destino. Che alla fine, anche questa è una stronzata perchè questa storia del fantomatico destino beffardo è una scusa penosa che mi trascino dietro e dietro la quale mi nascondo per non affronatare con maturità la realtà.
Volevo disperatamente vivere all'estero. Volevo viverci anche solo per poco tempo. Sarei tornata qui in lacrime ma dentro di me avrei trovato la pace. Avrei detto a me stessa "ce l'ho fatta"! Avrei conservato questa soddisfazione per sempre.
Il lavoro e un matrimonio "all'improvviso" di un amico ci tratterranno qui.
Io, mio malgrado, devo tener fede a ciò che mi ero ripromessa scendendo da quell'aereo.
Stacco le spine. Aspetto che il sogno muoia. Muore quella parte del mio cuore che per anni ha vissuto una vita parallela, che ha immaginato, desiderato, sperato, fatto finta di vivere in un altro luogo. Muore... Germania... Nord Europa... gente... strade... colori... neve... sole... odori... sguardi di gente sconosciuta... guten tag... god kvall... wie geht's?... der kunde wara battre... lingue diverse... tedesco... svedese... danese... finlandese... case con il tetto spiovente... biscotti allo zenzero... cielo del Nord... freddo pungente... il semplice uscire di casa e vedere, respirare, vivere... il luogo dove mi sento veramente a casa. Aspetto che tutto ciò passi per cominciare a guardare la realtà, le strade che realmente mi circondano, la gente che realmente incrocio, cercare di farmi amare queste cose. Io non lo so se ci riuscirò davvero ma so che questa è la cosa giusta se non voglio rischiare di impazzire.
Tu, Amore Mio, mi guardi e quasi Ti senti in colpa. Ma Tu non c'entri nulla. E'una questione tra me ed il destino, o tra me ed io. Tu, meno male che ci sei, a darmi aria, a farmi respirare, a salvarmi dall'asfissia e mai come ora ho bisogno di Te.